Ci svegliamo presto in questa caldissima giornata di fine agosto, svolgiamo le tipiche attività francavillesi, in bici sulla ciclabile oltre il ponte da cui sembra di volare sul mare luccicante, verso il piccolo porticciolo che sa di casa e sa di buono, di felicità, amicizia, bellezza. Salutiamo persone che hanno reso speciale questa estate, di cui già sentiamo la mancanza. Questa piccola città, al limitare di Pescara ma nella provincia di Chieti, ogni anno più bella, ha ammaliato la nostra sensibilità. Vorremmo rimanere, tuffare lo sguardo tra i lembi di mare che paiono talvolta un immenso fiume tra il cielo e le montagne, altre una grande distesa di stelle che imparano a danzare con le onde, astrali isadorables, caos placidi, galassia a misura della magnifica umanità. Abbiamo imparato a riconoscere le differenze, ad amare le sfumature dei tanti piccoli cosmi racchiusi in ogni lido, sotto qualunque ombrellone e oltre quel limite inesistente eppure persistente tra una struttura balneare e l'altra, la meraviglia che trasforma il faticoso lavoro estivo in estatica contemplazione, in resistente desiderio di stare insieme agli altri, di generare e definire una comunità che si riconosce nell'essenza stessa dell'estate, della bella stagione adriatica. Le aiuole ricavate in pochi centimetri, lo stagno con le ninfee, i pini dannunziani, le spiagge michettiane, i pergolati che sarebbero piaciuti a Pina Bausch. E allora ecco che le porte si aprono alle risate, alla gioia della convivialità, che il mare si svela nella sua complessità, inviando delfini, razze, tartarughe, orate, pesci ago e pesci farfalla. Forse è vero che la felicità è un'idea semplice davanti al mare. Il gelato da Cicco diventa un saluto lungo e struggente, tutto è desiderio di rimanere. Carichiamo sulla Volvo V60 business il necessario quel che resta di questa estate francavillese e, senza troppa convinzione, partiamo. Il costo esorbitante del carburante è uno dei primi fastidi, comunque ci dirigiamo verso l'autostrada. Il sole è già tramontato quando passiamo accanto al cuore incandescente del Morrone a pochi passi dall'eremo di Celestino V, in fiamme da decine di giorni, incessantemente, senza tregua. I canadair hanno portato l'acqua del mare fino a trasformare il giallo in ocra e poi in marroncino affumicato. Pensiamo alla cerva che vedemmo tra quei monti, ai luoghi e ai posti che tante emozioni ci hanno suscitato e l'odore di bruciato si carica di orrore. Ci fermiamo in Autogrill per un breve rifornimento e la luna fa capolino tra le montagne. Non è come quella meravigliosa luna piena che si è eclissata, quella rossa che ha tinto di porpora aranciata il mare al Blumarine ma ci guarda luminosa dal colle. Torniamo a Mentana.
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